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ARTICOLO SU VASCO ROSSI:

VASCO ROSSI: DA "SIAMO SOLO NOI" ALLA SOLITUDINE DEL CITTADINO GLOBALE
di Diego Giachetti

La carriera artistico-musicale di Vasco Rossi inizia negli anni della sconfitta e del ripiegamento dei movimenti di contestazione che avevano preso il via col '68 studentesco e il '69 operaio. Sono gli anni del riflusso, secondo la vulgata giornalistica dell'epoca. All'inizio degli anni Ottanta il bilancio è sconfortante: sconfitto il movimento del '77, sconfitti gli operai torinesi della Fiat nell'autunno del 1980, profondamente in crisi la nuova sinistra rivoluzionaria, Mao Tse Tung è morto e mummificato in un mausoleo, e il '68 è un ricordo lontano che si accompagna alla rabbia e al rancore verso alcuni sessantottini, per quello che sono diventati o stanno diventando:

Mi ricordo chi voleva
al potere la fantasia
erano giorni di grandi sogni sai
erano vere anche le utopie.
Ma non ricordo se chi c'era
aveva queste facce qui
non mi dire che è proprio così
non mi dire che son quelli lì. ...
Sì! Stupendo!
Mi viene il vomito!
E' più forte di me.
(Stupendo, in Gli spari sopra, 1993)

L'allusione esplicita è agli ex dirigenti sessantottini e dei gruppi della nuova sinistra che hanno fatto carriera nei vari campi delle professioni e della politica, in particolare, come preciserà in seguito, l'esclamazione "stupendo! Mi viene il vomito!" gli è venuta vedendo dov'è finita "gente come Liguori", che apparteneva a Lotta Continua . Di fronte a questo scempio "non c'è più niente da dire" si può "solo vomitare", così canta Vasco Rossi in una celebre canzone del 1981 che si intitola Siamo solo noi, un inno alla "generazione di sconvolti/ che non han più santi/né eroi", che si sente orfana e canta il suo diritto ad esserlo. Siamo solo noi è del 1981, l'anno prima, due sociologi avevano pubblicato un'inchiesta sugli orientamenti culturali e politici degli studenti intitolandola Senza padri né maestri. Quell'inchiesta evidenziava "un senso di distacco e di sfiducia verso lo Stato ... una crisi di rappresentanza ... una generalizzata indifferenza e apatia ... un diffuso senso di impotenza: impossibilità di usare gli strumenti politici tradizionali, ma anche incapacità di costruirne di nuovi. ... I giovani esprimono l'esigenza di un cambiamento ma sono disincantati rispetto alla sua attuabilità" .

Vasco Rossi si fa interprete di questo "popolo" frammentato, sperso, che "non ha più niente da dire", che non sta "più ad ascoltare", che non crede "più a niente", che non si sa "limitare", che non ha e non vuole una "vita regolare", fatta di moglie, figli, casa, famiglia e lavoro, perché ha vissuto al di sopra delle righe, della banalità quotidiana e vuol continuare ad andare "al massimo, a gonfie vele" per vedere "come va a finire" (Vado al massimo, 1982).
Vivere qui ed ora
Senza più prospettive di cambiamento radicale della società e dei rapporti interindividuali, soli e orfani della politica e dell'impegno sociale, la generazione che ha vissuto l'ebbrezza della vita accelerata e rivoluzionata dai cortei, dalle assemblee, dallo stare assieme per fare politica o controcultura, assolutizza il presente cercando di trovare la felicità subito, per godere qui ed ora, senza aspettare un futuro messianico:


Sensazioni, sensazioni
sensazioni sempre più forti
non sono mai abbastanza
non importa se la vita sarà breve
vogliamo godere.
(Sensazioni , in Colpa d'Alfredo, 1980)
Corri e fottitene dell'orgoglio ...
ci fosse anche una sola probabilità
prendila, prendila.
(Giocala, in Bollicine, 1983)
Domani sarà tardi per rimpiangere la realtà
è meglio viverla.
(Gabri, in Gli spari sopra, 1993)


Un bisogno immediato di felicità, di vivere qui ed ora la vita, che cozza sempre più con la constatazione che ciò sarà impossibile, che il mondo non cambierà nel senso desiderato, che le relazioni interpersonali torneranno a basarsi sull'individualismo, sull'egoismo, sulla sopraffazione e sulla violenza. Si tratta di una sofferenza profonda, di una disperazione e di un senso di solitudine che emergevano già, ad esempio, dalle lettere che pubblicava il quotidiano Lotta Continua nel 1977. Scrivevano repressi sessuali e di ogni genere, dalla famiglia quanto da "Kossiga e i suoi camerati", non garantiti e nullatenenti, alienati nei rapporti coi compagni, con la necessità di comunicare se stessi e conoscere gli altri; una diciottenne sentiva "l'angoscia dentro che cresce ad ondate sempre più forti", un'altra scriveva per informare che stava male, "stiamo tutti male"; comunicare tra noi è sempre più difficile, notava un altro lettore, "le assemblee sono cariche di aggressività", era difficile "uscire dai confini del piccolo gruppo di compagni", difficile capire e farsi capire, ci si sentiva "soli e sfiduciati". Una situazione sintetizzata efficacemente nel noto verso di Vita spericolata del 1983:

ognuno col suo viaggio
ognuno diverso
e ognuno in fondo perso
dentro i fatti o i cazzi suoi


Una vita "maleducata", che non ha rispetto per nessuno e per niente, "che se ne frega", imprevedibile e non scontata ("che non si sa mai"), "come quella dei film/ esagerata/ piena di guai/ che non dormi mai", che non porta più da nessuna parte; un susseguirsi di spostamenti nomadi, di gruppi di persone senza radici, diverse tra di loro, perse dietro i propri guai, senza collocazioni e mete da raggiungere, alle quali resta solo la speranza di trovarsi ogni tanto "come le star/a bere del whisky al Roxy bar". Vivere sopra le righe, intensamente, la canzone Vita spericolata, trasgressiva, anticonformista piace ai giovani e ai trentenni che si sentono in lotta contro l'indifferenza, la banalità, il piattume del vivere quotidiano, il grigiore della vita nelle periferie delle metropoli, il deserto di emozioni e sensazioni dentro le quali si sprofonda vivendo nella provincia, nei piccoli comuni italiani.


Una generazione al femminile
Quella che si affaccia alle soglie degli anni Ottanta è una "generazione al femminile" nel senso che le donne giovani appaiono protagoniste. Negli anni settanta hanno rivendicato i loro diritti, la loro autonomia, hanno preso coscienza del proprio corpo, del ruolo sociale all'interno della società e nel rapporto di coppia, hanno affermato la volontà di liberazione e di autodeterminazione. La presa di coscienza femminista, le lotte del movimento delle donne, lo strumento dell'autocoscienza, hanno dato fiducia alle donne, sono diventate protagoniste in prima persona, hanno preso con determinazione la parola:

Alza sempre la voce
sa sempre tutto lei
e anche quando c'ha torto
non lo ammette mai.
Lei è molto sicura
di essere sempre la prima
ed è molto nervosa
proprio come una diva
(La strega, in Non siamo mica gli americani, 1979)


Il femminismo segna nella società una grande rivoluzione di costume e di mentalità, una rivoluzione che investe la sfera intima e personale delle relazioni tra gli individui, scombussola e destruttura le vecchie certezze maschili. La messa in discussione del ruolo della donna nella società, comporta parallelamente la crisi d'identità maschile, la perdita di certezze e di sicurezze ataviche. L'uomo post-sessantottino, di fronte all'insorgenza del femminile, non sa più cosa fare, si ritrae smarrito o reagisce rabbiosamente all'emergere di una nuova figura femminile. Nell'atto amoroso diventa insicuro e indeciso, si pone nuovi problemi, "come la bacio, dove la devo toccare" (Io non so più cosa fare, 1979), impara a proprie spese a conoscere meglio il corpo della donna.
I "maschi" delle canzoni di Vasco Rossi non comprendono più queste donne, si rivoltano impotenti e rabbiosi, ricordano per anni e anni l'umiliazione di essere stati piantati e, anche se non le aspettano più, sono ancora lì che bruciano di rancore e non riescono a dimenticare:
Quando penso "a come"
mi hai preso in giro
ricorda Vasco Rossi di una donna, la quale gli diceva
io no.. io no... io no...
io non ti lascerò mai
io no! Io no! "sarai te!"
Fiducioso in questa promessa, lui era rimasto ad aspettarla, fedele
come un cane quando non c'è più
non c'è più il padrone
Ora, finalmente, con voce alta, che sgorga dal profondo, può proclamare a squarciagola:
Io non ti perdonerò...
Io non ti aspetto più...
yeeeh!
(Io no, in Canzoni per me, 1998)


Si sentono presi in giro, usati e gettati via da donne che vogliono soltanto prendersi gioco di loro, che vogliono soltanto divertirsi usando la "logica delle calze nere", mentre loro vorrebbero magari anche innamorarsi, per davvero:
E io che pensavo che
tu fossi pulita, mentre in realtà
giocavi solamente.
Spero che ti sia divertita.
...adesso invece non ci credo più
non credo più a niente
e la mia vita non la rischio più
per nessuno e per niente.
(Brava, in Siamo solo noi, 1981)

I ruoli si sono invertiti, le donne scelgono e decidono, agli uomini non resta che aspettare implorando: "telefonami!!!" (Va bene, va bene così, 1984). Accanto a queste figure di donne compaiono quelle romantiche, quelle che si sarebbero anche potute amare, per davvero, che ispirano sentimenti d'amore e di amicizia profonda, che camminano per strada con la faccia pulita, che amano studiare, come la famosa Albachiara del 1979, la quale, però, ogni tanto comincia a fare pensieri strani, e con una mano si sfiora nel chiuso della sua stanza.


La discoteca
Quando tutto tace, e i clamori del movimento s'infrangono contro la repressione dello Stato e il terrorismo, gli uomini e le donne sopravvissuti s'incontrano nelle discoteche. Qui i loro corpi si sciolgono nel ballo e nella musica. All'inizio degli anni Ottanta trionfa anche nel nostro paese la "moda" delle discoteche, la frenetica "febbre del sabato sera". Vasco Rossi è cresciuto in quest'ambiente, ne conosce i segreti, i pettegolezzi, le parole usate dai frequentatori, la mentalità. Le racconta nelle sue canzoni, con la solita crudezza, col solito realismo linguistico. Ci sono le giovani donne emancipate dal femminismo, sicure, vincenti, a volte un po' nevrotiche, che impersonano la figura delle "dive" del sabato sera. Ci sono i ragazzotti sfigati della vasta provincia italiana che hanno comprato la macchina nuova a rate nella convinzione che solo in quel modo si possano "caricare" le ragazze, "cuccarle" magari con la scusa di accompagnarle a casa. Ci sono poi le bellissime e sensuali ragazze cubo, cantate in Rewind del 1998, lontane, poste in alto come un sogno irraggiungibile per chi sta in basso, che ballano e si dimenano velocemente al suono della musica esprimendo una forte sensualità: "fammi vedere/ fammi godere".
Ci sono, infine, gli ex militanti dei gruppi politici della nuova sinistra, quelli per i quali la politica, negli anni Settanta, era tutto. Ogni tanto questa voglia di parlare di politica ritorna, ma in discoteca si tratta di discorsi fuori luogo, inutili, anzi, inopportuni perché distraggono e fanno sciupare le occasioni:
Ho perso un'altra occasione buona stasera
... mi son distratto un attimo
colpa d'Alfredo
che con i suoi discorsi seri ma inopportuni
mi fa sciupare tutte le occasioni
(Colpa d'Alfredo 1980)

Quella che s'incontra nelle discoteche nei primissimi anno Ottanta è una generazione di giovani che ha vissuto da protagonista gli anni precedenti, anni che avevano impresso alla vita un ritmo frenetico e accelerato. Un caleidoscopio di esperienze, di idee, di azioni collettive (assemblee, cortei, discussioni fino a notte fonda negli edifici occupati, creatività artistica e politica) avevano costruito un percorso di vita fuori dagli schemi normali e quotidiani. Quando tutto questo finisce, quando il movimento giovanile di quegli anni si ritira, sconfitto e ammutolito, dall'arena della lotta politica e sociale, è quasi impossibile ritornare ad adattarsi ad un ritmo di vita più lento, mediocre, banale e fatto di tante piccole cose quotidiane e insignificanti. Persi gli ideali politici e sociali, venuta meno l'idea circa le magnifiche sorti messianiche e progressive della storia, il corpo, inteso come insieme di sensi e di istinto, si pone come l'unico soggetto guida della vita. In un simile contesto non si tratta più di ritrovare un senso per la vita, piuttosto bisogna avere i sensi pronti a recepire la vita.
Soli ma non rassegnati, essi si apprestano ad entrare e a percorrere gli anni Ottanta, quelli dell'omologazione, del trionfo del cinismo, del decisionismo craxiano, della politica che si trasforma da strumento per il cambiamento in strumento di gestione senza scrupoli e principi morali ed etici degli affari, del denaro pubblico e privato, del potere inteso come posti da occupare e spartire coi propri fratelli di cordata.
Gli anni dell'omologazione, c'è chi dice no!
Si afferma un agire strumentale che si fonda su un sistema di valori che enfatizza il carrierismo, il successo ad ogni costo, la competitività, il denaro, il "rampantismo", mentre contemporaneamente cresce l'influenza dei mass media, della televisione in particolare, su una società sempre più individualizzata e atomizzata. "Conta sì il denaro/ altro che chiacchiere!", canta Vasco Rossi nel 1985 chiedendosi Cosa succede in città, e prosegue descrivendo una metropoli dove trionfa la "confusione", la "maleducazione", un tessuto sociale che sta cambiando, anche se non si riesce ancora bene a capirne la direzione e il significato e che per ora esprime individualismo egoistico, indifferenza verso i propri simili: "quando c'ho il mal di stomaco/con chi potrei condividerlo". Una città dove, alla fine, "non succede nulla" di importante e di intelligente, perché la gente, sola e isolata nelle proprie case, è bombardata dalla televisione, pubblica e privata, un'overdose di immagini, parole, suoni, dove alla fine tutto è uguale, tutto può essere vero, ma anche falso, dipende:
Non sai più "se è un film"
oppure se è successo veramente
oggi è la TV a dire "se"
se una cosa "è vera", o "se hai sognato te"
(Non appari mai, in Gli spari sopra, 1993)


A questa omologazione, a questo pensiero unico, come dicono i grandi opinionisti, a questo piattume e conformismo di massa, occorre reagire, dire no (C'è chi dice no! 1987). Troppa gente "si accontenta di come vanno le cose" senza fare nulla, senza reagire, senza cambiarle, dobbiamo dire "no a questa apatia a questa ipocrisia", dichiara Vasco Rossi, essere "dei partigiani... fare della resistenza umana" .
Il 17 febbraio 1992, con l'arresto di un esponente non di primo piano del Partito Socialista Italiano, inizia tangentopoli, una stagione di arresti, denunce, avvisi di garanzia e inchieste della magistratura che riguardano la violazione della legge sui finanziamenti pubblici ai partiti e colpiscono principalmente i partiti della maggioranza governativa. Questa volta gli è andata male "sono andati in galera... è arrivato Di Pietro", sentenzia Vasco Rossi, commentando a caldo quegli avvenimenti, e avverte: "state attenti, perché cambiano le arie e gli spari vi arrivano sopra la testa" , frase che introduce il tema di una sua nota canzone, una remake del brano Celebrate del gruppo irlandese An Emotional Fish, che fa direttamente riferimento a tangentopoli e alla classe politica italiana:

Se siete quelli comodi che state bene voi
Se gli altri vivono per niente
perché i furbi siete voi...
Se siete ipocriti abili, non siete mai colpevoli
se non state mai coi deboli
e avete buoni stomaci
sorridete! Gli spari sopra sono per noi!
... Ed è sempre stato facile fare delle ingiustizie!
Prendere, manipolare, fare credere!
Ma adesso state più attenti!
Perché ogni cosa è scritta!
E se si girano gli eserciti e spariscono gli eroi
se la guerra poi adesso cominciamo a farla noi
non sorridete, gli spari sopra, sono per voi!
(Gli spari sopra (celebrate), 1993)Vivere


Nei primi anni Ottanta Vasco Rossi aveva risposto alla perdita di senso del vivere con la Vita spericolata e l'inno generazionale Siamo solo noi, ora quella risposta gli sembra improponibile. Sono finiti i tempi in cui ci si trovava come le star a bere del whisky al Roxy bar, invocando una vita "che non è mai tardi", dove si va "a letto tardi la mattina presto":
E adesso vado a letto presto come gli altri
e non sono più
quello che andava sempre a letto tardi
e dormo di più
(Ci credi, in Gli spari sopra, 1993)
Non resta allora che lasciarsi Vivere, secondo la canzone contenuta nell'album Gli spari sopra, 1993, "anche se sei morto dentro" e non sei "mai contento" e speri che domani sia sempre meglio. Vivere diventa un gesto che si giustifica da sé, non ha più bisogno di essere inserito in finalità e scopi terreni o ultraterreni. Solo l'esperienza, quello che si fa e si dice, sembra contare, sembra essere valido di per sé, senza bisogno di giustificazioni e di spiegazioni. Questa idea rappresenta un elemento tipico dello sviluppo delle moderne società capitalistiche le quali, in nome della ragione, della razionalità, del laicismo liberale, hanno soppiantato la coscienza tradizionale e sacralizzata della vita, la quale dava un ordine significante, un divenire mitico, una ragione all'agire umano. Se questo è vero ogni individuo è praticamente abbandonato a se stesso. Certo ora è libero di dare lui il senso che vuole alla sua vita, ma questa conquistata libertà lo lascia smarrito, incapace di scegliere, schiacciato dal peso della responsabilità che la società gli ha dato. Di fronte a lui ci sono tanti modelli di vita e di scelte, il fatto è che sono tutti relativamente equivalenti. Ognuno quindi può scegliere tra una miriade di significati possibili, e le scelte possono susseguirsi all'infinito:
Qui è logico
cambiare mille volte idea
canta Vasco Rossi, ma, proprio da questa equivalenza delle scelte, nasce un senso di inutilità, di banalità del vivere, in quanto è altrettanto facile
sentirsi da buttare via
(Gli angeli, in Nessun pericolo per te, 1996)La solitudine del cittadino globale
Vent'anni fa, con Siamo solo noi, aveva cantato la solitudine di una generazione di sconvolti, orfani delle prospettive rivoluzionarie e di cambiamento radicale delle strutture e della vita quotidiana maturate negli anni Settanta. Siamo soli del 2001, invece, sembra scritta apposta per descrivere l'attuale frantumazione del tessuto sociale e solidale che ha ulteriormente atomizzato gli individui, privandoli di quel reticolo collettivo grazie al quale si poteva ancora spartire almeno la solitudine. Oggi si è soli da soli e non più assieme agli altri.
Quella cantata da Vasco Rossi è una solitudine generalizzata, che riguarda tutti i gruppi sociali collocati dentro una società caratterizzata dalla perdita di senso e di prospettive, dovuta al crollo delle grandi ideologie che avevano guidato la vita di interi strati sociali. D'altronde, come lui stesso ha più volte riconosciuto, "in certe mie canzoni c'è l'amara constatazione di come le ideologie in cui credevamo non esistono più" e nuove progettualità, nuove utopie attualmente stentano ad affermarsi. La difficoltà a progettare il proprio futuro pare essere una caratteristica sempre più diffusa tra vecchie e nuove generazioni, perché si trovano a vivere in una "società che ha perduto il senso del futuro, vedendo al contempo crescere l'incertezza; quindi si attrezza ad affrontare un presente instabile e senza fine" . Così, dietro le fanfare che hanno celebrato la fine del secolo o del millennio, si cela il vuoto: una "fine del cazzo"! ha sentenziato Vasco Rossi nel singolo del 1999, La fine del millennio.
L'individualismo esasperato è causa ed effetto della solitudine. Una solitudine globalizzata, come ha ricordato, in anticipo su Vasco Rossi, il sociologo polacco Zygmunt Baumann, in un libro edito da Feltrinelli nel 2000 e intitolato appunto La solitudine del cittadino globale. Una solitudine che è il frutto delle politiche neoliberiste dell'ultimo ventennio le quali hanno posto le condizioni per lo sgretolamento del tessuto sociale esaltando la libertà, liberista e liberale, dell'individuo a scapito della dimensione collettiva. Una libertà del mercato globale, basata sull'assenza di limiti che ha invaso la dimensione relazionale della vita umana uniformandola a modelli e consumi imposti dal "nuovo mercato" dei prodotti e delle idee e che ha, come conseguenza, l'aumento dell'impotenza collettiva e la paralisi della politica. Quest'ultima brilla sempre più per la sua "insignificanza locale" rispetto a decisioni e scelte dettate e prese da organismi sovranazionali, centralizzati e ramificati internazionalmente.
E' una solitudine sociale di ceti professionali e di lavoratori atomizzati e spappolati nella loro solidarietà dalla flessibilizzazione del mercato del lavoro, che separa e divide le persone in figure contrattuali "tipiche" e "atipiche", in contratti-relazioni "determinati", "indeterminati", a "termine", "rinnovabili", "precari", in nero, part time, che distingue tra "esternalizzati", "appaltati", interinali. Le società non sono solo un rapporto economico, un'equazione matematico-quantitativa, sono rapporti di produzioni e di socialità relazionale e affettiva; pertanto, se si rompe la solidarietà sociale, la solitudine dilaga fino a destrutturare i rapporti di coppia, ultimo baluardo socio-affettivo capace di erogare coccole e assistenza affettiva a figure sociali atomizzate. Difatti Siamo soli è la cruda esposizione dell'incomunicabilità bergamiana (o pirandelliana) che dilania una coppia moderna, tipica dell'Italia post-sessantottina e post-femminista. Una coppia che sviscera, quasi con accanimento masochistico, la propria interiorità alla ricerca di punti di incomprensione, in un processo di autocoscienza che sprofonda in un gorgo senza fine.
Parlare si parla, certo. Difatti non è che non si parli, è che non si comunica, cioè non ci si ascolta, o peggio ancora non ci si capisce più:
Siamo qui
"non mi senti"
ehh
noi parliamo spesso sì
ma è così
siamo soli ...
Sono qui
E non mi ascolti
(Siamo soli, in Stupido hotel, 2001)
Soli negli stupidi hotel della vita globalizzata
Anche le relazioni interpersonali e affettive registrano qualche difficoltà, ci complicano la vita, ci stressano, rovinano il nostro star bene con noi stessi. E allora, forse è meglio uno "stupido hotel"? Un luogo dove le relazioni e le passioni amorose possono sciogliersi in fretta, senza tante complicazioni, senza impegni vincolanti e difficili da mantenere, in un individualismo senza regole e limiti:
basta che sia facile
basta che sia semplice
basta farsi fottere
basta che sia
una storia semplice
cielo senza nuvole
un amore utile
(Stupido hotel, in Stupido hotel, 2001)
Un rapporto flessibile, utile, contrattualmente atipico, in linea coi tempi del mercato globale che non ti lasci solo in una stupida stanza d'hotel, che riempia la vita senza invaderla e senza cambiarla, che ti aiuti nella continua ricerca di un senso del fare e del vivere. Un adattamento del corpo e degli affetti al ritmo della civiltà capitalistica moderna, non sembra però sufficiente a cancellare il dubbio, molla di tante rivoluzioni, che affiora ancora:
Dov'è?... uh! Dov'è
questa felicità!!
Davvero per essere felici è sufficiente la precaria presenza flessibile di qualcuno in una stupida stanza d'hotel? Se così fosse allora la felicità sarebbe cosa effimera: si può raggiungere facilmente e con altrettanta facilità perderla:
Ora che sono qui
... e non sei qui con me
tutto mi sembra inutile
tutto mi sembra com'è

Non è, quindi, la flessibilità e la precarietà nelle relazioni affettive e lavorative la via d'uscita alla sofferenza provocata dalla solitudine, una condizione alla quale il corpo si ribella istintivamente: "io non so stare solo", prosegue il nostro.
Le forme associative appaiono oggi vulnerabili e fragili, in nessun gruppo ci sentiamo "pienamente a casa", ogni volta che stiamo in un gruppo è "come passare una notte in un albergo", dice il già citato sociologo polacco; i luoghi relazionali delle donne e degli uomini globalizzati sono sempre più simili alle stanze di stupidi hotel, nei quali il "soggiorno è temporaneo". Reagire mettendosi in relazione con altri non è semplice, in primo luogo perché non si è più abituati, l'educazione alla solitudine, all'individualismo, all'atomizzazione sociale ci ha segnati facendo di ognuno di noi un impedimento al legame relazionale:
Vivere insieme a me
Hai ragione hai ragione te
Non è mica semplice
E non lo è stato mai per me
(Siamo soli)
"Le nostre sofferenze sono di natura tali da impedirci di eliminarle o mitigarle condividendo sentimenti di affetto anche molto profondi. Le sofferenze che ci tormentano quasi in continuazione non si sommano e perciò non uniscono le loro vittime. Le nostre sofferenze dividono e isolano: i nostri tormenti ci separano, lacerano il tessuto delicato delle solidarietà umane" .
Chiusi nelle nostre singole stanze dei nostri stupidi hotel, soli, e un po' rancorosi, senza prospettive audaci e coinvolgenti, tutto diventa relativo perché tutto perde di valore. Senza prospettive collettive da realizzare, senza utopia, la felicità è stentata, precaria, "atipica", e la persona, schiava del suo individualismo iper vitalistico, tonificata dai massaggi e dai messaggi, palestrata e magra al punto giusto, diventa una consumatrice di due generi di libri, quelli di cucina e delle diete (entrambi in vetta alla classifica americana dei libri più venduti). L'attenzione verso il corpo si è trasformata in una preoccupazione assoluta e nel più ambito passatempo della nostra epoca. "Il corpo fisico diventa un simbolo centrale; lo stomaco, gli intestini e gli organi di riproduzione sono oggetto di una premurosa cura, come se fossero i contenitori del prezioso sé" .
Per cosa uno dovrebbe sprecare la propria vita oggi? Si domandava nel singolo del 1999, La fine del millennio Vasco Rossi. Cosa conterà nel futuro prossimo venturo? Lo stare bene con se stessi, rispondeva, col proprio corpo, l'iperindividualismo assistito da enti predisposti al conforto e alla cura della persona, e null'altro:
abbiam bisogno di un ambulatorio,
di una chiesa, di un amore... di un pronto soccorso
e chi sta male deve vergognarsi
e anche chi è grasso
Senza più speranze collettive da condividere, conscio che la speranza era ciò che ci permetteva di pensare al futuro, inglobato in un sistema-mondo che lo sovrasta come entità metafisica e naturale, quindi senza alternativa, il tipo umano moderno o post-moderno si sente travolto da una sicurezza insicura, simile a quella "dei passeggeri di un aereo che si accorgono che la cabina di pilotaggio è vuota, e che la voce rassicurante del capitano era solo la ripetizione di un messaggio registrato molto tempo prima" . La sicurezza nostra è momentanea, deriva più dal passato che dal presente, non certo dal futuro. La nostra sicurezza è continuamente insidiata dal venir meno delle sicurezze degli altri. Se nulla è più sicuro tutto può succedere, tutto e relativo, tutto perde di valore, e la vita tende a disporsi su una linea piatta e mediana:
Farmi la barba o uccidere
Che differenza c'è?
(Stupido hotel)
sembra domandarsi al mattino davanti allo specchio l'individuo medio globalizzato, angosciato da una solitudine insicura, rinchiuso nella sua stanza d'albergo, in una camera un po' disadorna, con la valigia mezza sfatta ma sempre pronta per una partenza veloce, perché c'è bisogno di una via di fuga, dalle responsabilità, dalla vita reale opprimente e insignificante. Oltre le stanze di uno stupido hotel c'è qualcos'altro? Forse sì, ma per ora rimane un mistero, lo si può avvertire solo quando si entra in contatto profondo con altre persone:
c'è un mistero che non lo so
quando ti vedo cos'ho
sento tremare lo stomaco
qualcosa di profondo sai
... io non capisco,
senza di te il mondo che cos'è.
(Standing ovation, in Stupido hotel, 2001)
Un augurio misterioso che fa ben sperare, c'è infatti un'alternativa alla solitudine del cittadino globale.


SCHEDA
Carriera di una rockstar
Vasco Rossi nasce a Zocca un paese in provincia di Modena il 7 febbraio del 1952. La sua carriera musicale inizia cantando in chiesa durante le cerimonie matrimoniali. Spinto e invogliato dalla madre, dodicenne, frequenta la scuola di canto per perfezionare l'uso della voce. Dopo le medie s'iscrive all'Istituto Tecnico per ragionieri. Termina gli studi, si diploma. Si iscrive all'università di Bologna quando il '68 è appena terminato, vi trova ancora un clima effervescente, creativo, molto politicizzato, con lotte studentesche ancora vive e in fase di sviluppo. Frequenta locali dove ha occasione di incontrare cantautori del posto come Francesco Guccini e Claudio Lolli, comincia ad ascoltare molta musica, ama i Deep Purple ed i Genesis, De Gregori e De Andrè. Si lascia coinvolgere, come accade a tanti, nelle lotte del movimento. La politica, però, non lo attrae, rileva una contraddizione profonda e insanabile tra la rivoluzione sessantottina, letta nella sua dimensione soprattutto culturale, musicale e di costume, e l'ultrapoliticizzazione dei gruppi extraparlamentari.
Si sente anarchico, "intrippato con Bakunin"; entra a far parte della compagnia "Teatro evento" che produce opere di teatro d'avanguardia e sperimentale. Sulla via della ricerca di nuovi modi di comunicare, di un nuovo modo di stare assieme e di partecipare, Vasco Rossi con alcuni suoi amici nel 1972 apre a Montembrano in provincia di Modena un piccolo locale per i giovani, il Punto Club, che nel 1975 si trasforma in discoteca. Sempre in questo paese, nel 1975, inizia l'attività di una delle prime radio libere, Punto Radio. Vasco Rossi è tra gli animatori di questa radio, che trasmette molta musica, si fa conoscere come disc-jockey.
Inizia intanto la sua invidiabile carriera artistica (il primo 45 giri è del 1977, il primo lp del 1978), costruita con lavoro, fatica, caparbietà in giro per l'Italia con un camper a contatto diretto col pubblico. Una vita massacrante, spericolata, di quelle che non dormi mai, condotta senza risparmio di energie, esagerata, piena di guai, ha due gravi incidenti stradali nel 1982 e nel 1983, nell'aprile del 1984 è arrestato con l'accusa di spaccio di sostanze stupefacenti, si fa 22 giorni di carcere, prima di ottenere la libertà provvisoria. Una vita maleducata, irriverente, anticonformista, che fa scandalo: il 14 dicembre del 1980 compare alla trasmissione "Domenica in" cantando Sensazioni forti ("non importa se la vita sarà breve/vogliamo godere"); il giorno dopo lo scrittore Nantas Salvalaggio lo attacca chiedendosi perché la RAI mostri ai telespettatori della domenica pomeriggio, in gran parte donne e bambini, "un simile esempio di drogato". Nel 1982 si presenta al Festival di San Remo con la canzone Vado al massimo e replica: "meglio rischiare/ che finire come quel tale che scrive sul giornale". La canzone piace più al pubblico che ai critici, più che una canzone Vasco Rossi la definisce "uno schiaffo morale". L'anno dopo, sempre a San Remo, se ne esce con Vita spericolata, "una vita che se ne frega di tutto, sì!".
Diventa così un cantante affermato, riconosciuto, una star che piace ai quindicenni e ai trentenni, che mette assieme ai suoi concerti generazioni anagraficamente lontane. Nel 1990 due concerti al San Siro di Milano e al Flaminio di Roma, che radunano 120.000 spettatori, consacrano ufficialmente Vasco Rossi a mito del rock italiano. Nel gennaio del 1993 esce il cd Gli spari sopra ed è un successo, nel breve periodo vende 700.000 copie, l'omonima tournée in giro per l'Italia raduna complessivamente più di un milione di spettatori. Nel 1996 esce Nessun pericolo per te, l'omonima canzone diventa un video-clip diretto da Roman Polanski. Nel 1998 esce il cd Canzoni per me, il 1999 trascorre in una lunga turnèè nelle varie città d'italia che confermano l'attrazione della rockstar di Zocca su un pubblico vasto e composito. Poco tempo fa è uscito il suo ultimo Cd, Stupido hotel, un nuovo e prevedibile successo.
Discografia (album)
- Ma cosa vuoi che sia una canzone, Lotus, 1978
- Non siamo mica gli americani, Lotus, 1979
- Colpa d'Alfredo, Targa, 1980
- Siamo solo noi, Carosello, 1981
- Vado al massimo, Carosello, 1982
- Bollicine, Carosello, 1983
- Va bene, va bene così, Carosello, 1984
- Cosa succede in città, Carosello, 1985
- C'è chi dice no, Carosello, 1987
- Liberi liberi, Emi, 1989
- Fronte del palco, Emi, 1990
- 10.7.90 San Siro, Emi, 1991
- Gli spari sopra, Emi, 1993
- Nessun pericolo... per te, Emi, 1996
- Canzoni per me, Emi, 1998
- La fine del millennio (singolo), Emi, 1999
- Stupido hotel, Emi, 2001